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Sfondo
culturale
e
comportamento
L’aumento in percentuale dell’obesità è un fenomeno caratteristico nel processo di industrializzazione, ed è collegato a numerosi fattori: la relativa abbondanza di cibo, l’alimentazione ricca di grassi e di zuccheri, uno stile di vita più sedentario. Nelle
società
rurali,
in
cui
c’era
scarsità
di
cibo,
essere
grassi
era
considerato
desiderabile:
un
segno
di
ricchezza
e
di
prestigio
sociale.
È
invece
importante
notare
che,
quando
una
società
diventa
più
ricca,
la
distribuzione
sociale
tipica
dell’obesità
si
capovolge:
nelle
società
ricche
la
magrezza
è
simbolo
di
prestigio,
mentre
l’obesità
è
declassata.
Nei
paesi
occidentali,
il
rapporto
tra
obesità
e
classe
sociale
non
è
soltanto
simbolico,
infatti,
numerosissime
ricerche
mostrano
che
nei
paesi
industrializzati
la
prevalenza
dell’obesità
è
più
alta
tra
i
ceti
sociali
più
bassi. La
grande
attenzione
riservata,
oggi,
in
campo
medico
al
problema
dell’obesità
nei
paesi
occidentali
è
motivata
dal
fatto
che
essa
è
collegata
a
varie
patologie:
ipertensione,
disturbi
cardiaci,
diabete.
Negli
ultimi
anni,
inoltre,
desta
crescenti
preoccupazioni
l’aumento
della
prevalenza
dell’obesità
fra
i
bambini
e
gli
adolescenti,
un
problema
che
appare
strettamente
correlato
al
numero
di
ore
che
il
bambino
passa
davanti
alla
televisione,
durante
il
quale
due
fattori
lo
predispongono
all’obesità:
la
sedentarietà
e
il
continuo
mangiucchiare. Ma
al
di
là
delle
preoccupazioni
di
carattere
medico
sui
rischi
dell’obesità,
sembra
che
la
stessa
obesità
sia
diventata
una
“sindrome
culturale”,
una
complessa
costruzione
culturale
carica
di
un
bagaglio
ideologico
che
ha
poco
a
che
fare
con
i
dati
oggettivi. In
un’opera
recente,
Hiller
Schwartz
ha
delineato
la
storia
dello
sviluppo,
negli
Stati
Uniti,
dell’angoscia
per
la
grassezza,
a
partire
dalla
metà
del
XIX
secolo
fino
ad
oggi.
Ne
risulta,
in
sintesi,
che
le
attuali
idee
collettive
sulle
dimensioni
del
corpo,
riflettono
le
concezioni
distorte
riguardo
al
sé
e
ai
suoi
bisogni,
maturate
nel
corso
del
Novecento.
Infatti,
il
nuovo
valore
positivo
attribuito
alla
magrezza,
che
emerse
all’inizio
del
secolo,
era
strettamente
connesso
ai
nuovi
valori
cinestesici
che
regolavano
l’attività
produttiva
(presenza
di
esperti
dell’efficienza),
le
arti
(nuovi
stili
di
danza
che
mettevano
in
risalto
la
mobilità)
e
la
tecnologia;
si
cominciò
allora
ad
applicare
al
sé
e
alla
vita
quotidiana
i
principi
dell’efficienza. Nel
corso
degli
ultimi
due
secoli,
l’ideologia
dell’obesità
e
delle
diete
ha
subito
continue
trasformazioni
e
rielaborazioni;
secondo
l’autore
il
fenomeno
dell’obesità
è
un
riflesso
della
crescente
difficoltà
di
auto-governo
in
una
società
sempre
più
frammentata,
che
si
trova
a
dover
affrontare
il
problema
dei
“limiti
della
soddisfazione”. La
tesi
di
Schwartz
fornisce
un
contributo
notevole
alla
comprensione
delle
cause
del
dilagare
dei
disturbi
dell’alimentazione,
che
sono,
almeno
in
parte,
espressione
della
lotta
contro
l’obesità,
nelle
società
(soprattutto
gli
Stati
Uniti,
ma
anche
l’Inghilterra
e
il
Giappone)
caratterizzate
da
un
consumismo
sfrenato,
e
che,
allo
stesso
tempo
attribuiscono
grande
valore
all’autonomia
e
all’autocontrollo. Da questo punto di vista l’obesità rappresenta la mancanza di controllo: è una proiezione della sregolatezza dei nostri appetiti. Gli atteggiamenti verso la grassezza e le diete derivano dalla fantasia di poter fare a meno del cibo pur vivendo in un mondo di eccessi, privo di limiti definiti: non vogliamo semplicemente essere magri, e il desiderio di dimagrire non nasce nemmeno dall’impulso positivo alla salute, in realtà odiamo il grasso; l’immagine della lotta contro l’obesità nella cultura di massa è quella di una guerra: “elimina il grasso”, “ distruggi la pancia”… : l’immaginario collettivo e lo stereotipo morale dell’obesità implicano attributi quali la pigrizia, l’auto-indulgenza e l’avidità; al contrario, la magrezza è simbolo di autocontrollo, raffinatezza, contenimento dei bisogni. |
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